La famiglia Crain si trasferisce nell’imponente Hill House. Il nucleo familiare è composto dai due genitori Hugh e Olivia (Timothy Hutton e Carla Gugino) e dai cinque figli Steven, Shirley, Luke, Theodora e Eleonor. Le poche settimane in cui la famiglia risiede alla villa segnano il resto delle vite dei suoi componenti. L’orrore si manifesta in più forme, ora mostruose, ora striscianti, ora come semplice premonizione di tragedie indicibili. E si insinua poco a poco nella mente di ognuno di loro, fino al culmine dell’esperienza. Molti anni dopo, la famiglia ha cercato di archiviare quelle esperienze, ma senza successo. Hill House esiste ancora, sottopelle, negli incubi, in allucinazioni troppo concrete.

Come provocazione, potremmo dire che qui prima si è ideato il soggetto della miniserie, e poi si è deciso di collegarlo al più celebre Hill House. Non soltanto la storia non condivide nulla del romanzo originale e delle due trasposizioni (il classico Gli Invasati e il mediocre Haunting), ma si discosta anche dalla natura di quell’orrore. Nella storia originale l’infestazione (haunting, appunto) traeva la fonte del malessere da menti già predisposte alla follia e all’isolamento. La sfida lanciata al lettore consisteva allora nel capire il confine tra sovrannaturale e allucinazione. Flanagan, sceneggiatore e regista, oltrepassa da subito quel dilemma e punta dritto al cuore dell’orrore, tangibile e d’impatto.

Allora i giovani Crain (che portano nomi legati al romanzo) diventano dei contenitori ambulanti di quegli eventi raccapriccianti. Che non hanno un valore di per sé, ma per quello che rappresentano. Le settimane a Hill House, dimenticate a tutti i costi, rinnegate per certi versi, hanno messo radici e sono germogliate anni dopo in gesti di mortificazione. C’è chi ha problemi di tossicodipendenza, chi non riesce ad aprirsi con gli altri, chi sfrutta il passato come mezzo di autodifesa, chi insegue una finta serenità. La scrittura sfrutta i dieci episodi per farci entrare pesantemente nelle vite di questi personaggi che vivono un latente senso di colpa. Irresponsabili e generalmente antipatici, ma umani e fallibili.

Episodio dopo episodio, traspare il sincero affetto nei confronti dei personaggi. Ognuno avrà grande spazio e almeno un episodio dedicato. Il gioco della metafora allora funziona in modo diverso: le mura di Hill House sono le mura che ognuno di essi ha eretto per evitare di soffrire. Mura fragili, piene di crepe attraverso cui la paura può strisciare ed esplodere contro coloro che sono imprigionati all’interno. Se una speranza può esistere, allora questa passa attraverso il riconoscimento reciproco. Un’elaborazione dei traumi tra presente e passato che potrebbe ricordare il ritmo di It, ma Hill House è capace di parlare un linguaggio proprio.

Ma questa rimane pur sempre una serie horror, e Flanagan (OculusIl gioco di Gerald) non era mai stato così capace nella gestione degli spazi oscuri. I jumpscare sono molti, ma qui il regista apprende bene la lezione di James Wan: la paura integrata all’ambientazione e agli angoli bui, la ricerca di un senso di necessità che trova quasi sempre, sorprendendo a più riprese. Oppure del primo Shyamalan: la camera si muove e integra nella visuale un orrore che non esplode dal nulla, ma è parte della composizione: il raccapriccio è nella consapevolezza, non nella sorpresa. Il quinto episodio è una gemma episodica horror dal finale di grande impatto. Il sesto episodio è una giostra di pianisequenza che filtrano il passato nel presente, e viceversa.

Il cast corale sfrutta bene le possibilità della sceneggiatura e i vari momenti per emergere che la scrittura consegna loro. Non a caso si tratta in larga parte di interpreti che già avevano lavorato con Flanagan. Hill House, ingiudicabile come adattamento, è un prodotto solido, valido, chiaro negli obiettivi e capace di fondere bene dramma e orrore.